I figli della Luna – cap. I “Gli errori di un padre”

Fu una frazione di secondo, un lampo, un grido nel cuore della notte. Sotto le lenzuola il corpo di Nimue iniziò a tremare e contorcersi, ne aveva totalmente perso il controllo. Gli occhi sbarrati puntati al soffitto, la bocca contratta in una smorfia di dolore, le mani serrate sul cuscino. Le sgorgarono delle lacrime dagli occhi, il cuore le batteva a una velocità che temeva l’avrebbe uccisa. Sorda al mondo esterno, poteva udire solo il sangue pomparle nelle vene. Poi un caldo infernale le bruciò la schiena.

Riuscì finalmente a inspirare e tutto tornò calmo. Respirava affannosamente, ma le sue gambe erano finalmente tornate ferme, la schiena non bruciava più e poteva sentire il silenzio della sua stanza, rotto solo dal suo respiro e dal suo singhiozzare. Lasciò andare la federa alla quale si era aggrappata e si sollevò di scatto. Aveva freddo, tanto che le battevano i denti. Si portò una mano sul petto e fece pressione all’altezza del cuore. Il battito era tornato regolare. Era però in preda alla disperazione. Iniziò a piangere. Fece scivolare la mano dal cuore alle gambe, che avevano ripreso a tremare , con meno violenza, ma non riusciva a trattenerle. Tremava tutta. Di freddo, dal pianto, che ora si era fatto più disperato. Si asciugò le pesanti lacrime con entrambe le mani, si passò il dorso di una sul naso per asciugarlo. Poi si afferrò la testa e affondò le dieci dita tra i suoi lunghi capelli ramati. L’angoscia non accennava a diminuire, anzi, le stava togliendo quel poco fiato ritrovato.

Suo padre lo aveva fatto.

Dopo tanti avvertimenti, richiami, minacce, si era deciso a compiere il verdetto : Achem era stato punito.

Il senso di vuoto, la paura e il dolore che Nimue stava provando non potevano che essere il segno, che qualcosa di orribile fosse successo al fratello. Nati dalla medesima goccia erano un tutt’uno. Legati, collegati per l’eternità loro concessa. Non erano solo fratelli, non erano semplicemente gemelli e nemmeno potevano definirsi anime affini : essi erano un’anima, insieme. Accadeva così ad alcuni Benefici , che venendo al mondo dalla stessa goccia, da un unico nucleo, il loro legame fosse totale. Così l’uno avvertiva l’altra, percependosi come condividessero la pelle.

Tremante e coi denti che battevano si fece coraggio, scostò il lenzuolo e si alzò dal letto. Non senza fatica raggiunse la sedia accanto allo scrittoio, afferrò la vestaglia e la indossò. Restò immobile per un po’, in piedi dietro alla sedia, stringendo lo schienale con forza tale che le sue mani sottili e bianche, si tinsero di rosso. La testa bassa, mentre si guardava i piedi nudi. Le gambe tremavano ancora. Avrebbe fatto fatica a raggiungere la sala del trono in quelle condizioni. Provò a ritrovare il ritmo del respiro, inspirando e espirando, sforzandosi di fermare le lacrime . Tra un singhiozzo e un colpo di tosse, riuscì finalmente a ritrovare la calma o forse fu, che non avvertiva più la presenza di Achem a far fermare gli spasmi. Il suo corpo ora le sembrava leggero, estraneo, silenzioso.

Si voltò e si diresse correndo verso la porta della stanza, la spalancò e iniziò a correre a perdifiato lungo il corridoio. Era passata la mezzanotte, dormivano tutti. Il palazzo era deserto, tutto taceva. La sua corsa a piedi scalzi sul pavimento di marmo rimbombava, amplificata. Arrivò alla grande scala a chiocciola, la discese, quasi rischiò di scivolare sull’ultimo gradino, ma si aggrappò appena in tempo al corrimano in ottone . Ai piedi della scalinata, agitato, stava Celestis, il primo generale dell’armata dei Benefici.

« Nimue! » . Celestis si lasciò sfuggire uno sguardo carico di dolore e compassione, mentre le si parava davanti afferrandola per le spalle, bloccandole il passaggio. Non era sorpreso di vederla. Forse la stava aspettando.

« Cos’è accaduto? Dimmelo Celestis! L’ho sentito! Dov’è Achem? »

« Nimue… Calmati. Non è così semplice. Achem … »

Nimue si lasciò andare a un urlo di rabbia, divincolandosi dalla presa del generale. Per quanto potesse apparire gracile, la giovane Beneficum era anch’ella una promettente guerriera dell’armata, riuscì pertanto a liberarsi con facilità, soprattutto da quella stretta più amichevole, che convinta del suo comandante. Lo guardò con occhi carichi di lacrime e rabbia. I capelli lunghi sconvolti, la cintura della vestaglia allentata e una spalla di questa che le era scivolata fino al gomito lasciando intravedere la camicia da notte bianca e leggera.

Oltre ad essere il suo comandante Celestis era un carissimo amico, un confidente prezioso. Aveva molti più anni di lei, quasi avrebbe potuto essere suo padre. In battaglia l’aveva sempre sorvegliata con attenzione, per impedire che le accadesse qualcosa. Guardarlo così ora, mettendo uno spazio tra loro, che non era solo fisico, ma soprattutto mentale, l’avrebbe scossa e forse straziata in altre occasione. Ma quando si trattata di suo fratello, niente e nessuno poteva frapporsi nel loro legame. Né suo padre, né sua madre, né tanto meno Celestis. Il Beneficum le rivolse in cambio un sorriso dolce, carico di amore e sollevando appena le braccia, tendendole verso di lei, si mostrò disarmato e pacifico. Nimue non indietreggiò, si lasciò avvicinare e accarezzare la testa.

« Dov’è mio padre? »

« Nella sala del trono. Insieme a tua madre. Va da loro! Ti spiegheranno tutto. Ma attenta Nimue, la situazione è delicata e non è come sembra! Non trarre conclusioni affrettate » .

La ragazza si fece aiutare da Celestis a ricomporsi, prese un respiro profondo e dopo l’ultima occhiata d’intesa con il suo superiore, s’incamminò verso la sala del trono.

Era a quel punto riuscita a riprendere la lucidità necessaria per affrontare il padre e la sua decisione sulle sorti di Achem. Il fratello era sempre stato ribelle. Irrequieto, insofferente alle regole del Regno del Cielo, aveva sempre sfidato il reggente con domande e atteggiamenti poco consoni alla natura dei Benefici. La sua strafottenza gli era sempre costata richiami e punizioni, ma non l’avevano mai piegato. Solo Nimue riusciva, con la sua innata pazienza e bontà, ad avere la sua totale attenzione nonché a ottenere dei risultati positivi sul suo comportamento. Achem prestava ascolto solo a lei. Mentre camminava per il lungo corridoio che portava alla sala del trono, Nimue si chiese quale altro colpo di testa avesse spinto il padre a punire Achem con severità tale da provocarle quell’orribile sensazione. E quel vuoto che avvertiva dentro, quell’assenza inspiegabile, chissà a cosa era dovuta. Si lasciò andare a qualunque tipo di supposizione ed era così concentrata, che quasi non si accorse di essere arrivata di fronte all’alta porta che racchiudeva la sala principale del regno. Si trattava di un’imponente porta ad arco, fabbricata con un legno massiccio, rivestita in lamine d’argento e decorata con motivi floreali in ferro battuto. Sulla sommità, diviso in due lungo l’apertura della porta, stava un cerchio in bassorilievo con al centro raffigurato il mezzo busto di suo padre, i lunghi capelli raccolti in una coda, la lunga barba, una lancia in una mano e l’altra sollevata con il dito indice allungato a indicare uno spicchio di luna da cui partivano dei raggi, simbolo della luce. Nimue appoggiò entrambe le mani sul portone, guardò attentamente negli occhi la raffigurazione di suo padre e poi lo spalancò senza bussare, né annunciarsi.

La sala del trono era immensa, rettangolare, interamente costruita in fine marmo rosa. Nonostante la maestosità degli spazi, quel colore così candido la rendeva leggera, quasi accogliente. A quell’ora della notte era illuminata da due lunghissime file di candelabri, che la percorrevano lungo i lati, intervallati da alte colonne corinzie. In fondo alla sala, una pedana che si alzava dal pavimento tramite tre alti gradini ospitava il trono d’argento, gioiello d’oreficeria, interamente lavorato su cui in quel momento sedeva il padre di Nimue. Si stava tenendo la testa tra le mani, mentre la moglie inginocchiata accanto a lui si aggrappava alla sua gamba e con una mano gli carezzava il viso. All’aprirsi della porta il sovrano sollevò lo sguardo.

Sua figlia era lì, in piedi in mezzo alla porta spalancata, il mento sollevato, le spalle dritte e lo sguardo sicuro. Si aspettava una sua visita, era consapevole che sarebbe arrivata.

La madre della ragazza si sollevò lentamente. Era bella. Il viso gentile, lunghissimi capelli argentati, acconciati in una lunga treccia. Indossava anche lei la camicia da notte, tenuta nascosta da una vestaglia di seta lilla. Scalza. Doveva essere stata svegliata poco dopo essersi coricata.

« Bambina … » La sua voce dolce lasciava intendere la sua stanchezza in quel momento. Ma Nimue, non si lasciò intenerire. Camminò lungo la sala fino ai gradini, fino a poter guardare il padre dritto negli occhi.

« Cosa gli avete fatto? Cosa avete fatto ad Achem? Dov’è? »

Gli occhi del padre, azzurri come acquamarina, si fecero duri, severi . Il tono secco della figlia lo aveva ridestato dalla sua tristezza riportandolo a elevarsi di fronte a chi restava uno dei suoi sudditi.

« E’ stato punito. Come meritava, aggiungerei! »

« Lo avete sempre e solo punito! Mai una volta che abbiate cercato di comprenderlo! »

« Comprenderlo? Comprenderlo, dici? Avrei dovuto comprendere la sua insubordinazione?  Assecondarla magari. Tu non sai di cosa stai parlando! »

« Io parlo di un padre, che osserva i suoi figli dall’alto del suo trono, quando forse dovrebbe scendere questi gradini e amarli, come a un padre si richiede! »

Fu troppo. Il re si alzò di scatto dal trono, si avvicinò alla giovane e le sferrò una sberla sul viso che la fece cadere all’indietro sul freddo pavimento. Restò poi in piedi a guardare la figlia con gli occhi carichi di rancore, mentre la regina accorse ad aiutare la fanciulla a rimettersi in piedi. Stringendo con tenerezza Nimue a sé, indirizzò un’occhiata contrariata al marito, che comunque non si smosse.

La guancia della ragazza bruciava, tanto quanto dentro ardeva in lei la vergogna e la frustrazione per non essere stata compresa. Suo padre non l’avrebbe mai ascoltata. Era sempre stato austero, freddo, dal momento che i suoi figli erano allo stesso tempo il popolo del Regno del Cielo, egli preferiva considerarli tali, anteponendo alla tenerezza di un padre i suoi doveri di sovrano. “L’Amore è per tutte le cose e per tutte le creature” . Questa era la legge dei Benefici. Erano incaricati di portare la luce e l’amore in tutti i mondi conosciuti, ma erano estranei all’amore per il singolo, proprio degli esseri umani. Così un padre diventava un re e a una figlia non sarebbe stato concesso di prendere le difese di un fratello.

Il sovrano serrò in un pugno la mano che aveva appena colpito la figlia, si voltò e tornò a sedersi sul trono. Nimue, in silenzio tra le braccia della madre, si massaggiava la guancia fissando immobile i gradini che tornarono a dividerla dal padre. Lentamente si fece largo in lei la consapevolezza che il suo destino era indissolubilmente legato a quello di Achem. In cuor suo aveva sempre saputo, che, un giorno, il legame che li univa avrebbe cambiato la realtà cui erano abituati. Certo, non pensava che il momento sarebbe giunto così in fretta, cogliendola del tutto impreparata e soprattutto non pensava che sarebbe stata sola ad accogliere quanto scritto per lei dal firmamento. Sperava che Achem sarebbe stato al suo fianco. Dal pensiero di ricongiungersi a lui e di stargli accanto mentre il fato veniva loro svelato, le arrivò la forza per l’ultimo affronto al re .

« E sia. Qualunque sorte tu abbia riservato ad Achem, la subirò anche io! »

« Nimue, no! » La regina strinse più forte a sé la figlia, girandole la testa per poterla guardare negli occhi. Ci sono verità che solo una madre può conoscere, a volte anche prima che queste si manifestino chiare nelle menti dei figli. La regina non aveva dubbio alcuno sulla decisione che Nimue avrebbe preso dopo essere venuta a conoscenza della punizione del fratello . Quando Celestis era andato a svegliarla qualche ora prima, comunicandole quanto accaduto, era accorsa alla sala del trono con la speranza di non perdere anche la figlia. Ma mentre avvertiva il marito, che Nimue si sarebbe opposta e che avrebbero quasi certamente perso anche lei, la sua solitamente inattaccabile capacità persuasiva fu più simile a una preghiera, che sapeva essere vana. E ora che la teneva tra le braccia, ora che le accarezzava la fronte con nervosismo, scuotendo lentamente la testa, pregandola di non andare oltre, sapeva di aver temuto l’inevitabile.

« Molto bene allora… » Il sovrano trasse un respiro profondo, lento. Gli sembrò durare quasi quanto l’eternità che gli era stata concessa dalla sua natura di essere superiore. I suoi occhi, chiari come rugiada, si rabbuiarono assumendo un colorito grigio. Forse mai nella sua lunga vita da Padre dei Benefici aveva dovuto affrontare una simile tristezza. Eppure scandì ogni singola parola con estrema chiarezza. A tradire la sua riluttanza nel punire una figlia così cara, solo la lentezza con cui la condannò. « Nimue, d’ora in avanti sei considerata bandita dal Regno Celeste. Sarai privata della tua natura di Beneficum e vivrai sulla Terra in forma umana. Soggetta alle possibili pene, che una sì fragile natura porta con sé. Compresa la morte. » Nimue ascoltò la sua punizione senza battere ciglio. Tra le braccia di sua madre sentì la sua mente diventare improvvisamente vuota, il suo corpo leggero. Non oppose la minima resistenza. Osservò con attenzione il volto del padre cercando di imprimerlo per un’ultima volta nella sua memoria. Respirò appieno cercando di cogliere ogni sfumatura del dolce profumo della regina, per non dimenticarla mai. Pronunciata quell’ultima parola, di cui ella conosceva il significato, ma della quale non comprendeva la natura, “morte”, il mondo attorno alla ormai non più Beneficum si fece sfocato. La giovane non riusciva più a distinguere le forme, ma si sforzò fino all’ultimo di tenere gli occhi ben aperti per godere della vista dell’imperiale sala del trono. Iniziò a sentirsi sempre più debole, mentre la sua schiena tornò nuovamente ad ardere e dolerle, stavolta senza che potesse avere le forze per resistere o lamentarsi. Ecco cos’era accaduto ad Achem. Ora ne aveva avuto la certezza. Del mondo degli esseri umani Nimue non sapeva molto. Li aveva osservati per molti secoli dal Regno Celeste, attraverso gli specchi, riflessi nell’acqua. Ne aveva sentito le storie portate dal vento. Li aveva raramente incrociati durante le diverse battaglie coi Malefici. Ma non era mai andata oltre a questo e ora che avrebbe dovuto abbracciarne le sorti, si sentì preda dell’ignoto.

La vista le si annebbiò sempre di più e l dolore le impedì di tenere lo sguardo fisso sui cari che stava per lasciare. Riuscì appena a scorgere il viso rigato di lacrime della regina, distinse Celestis accorrere al suo fianco e il re, suo padre, avvicinarsi e stringerle la mano. Poi tutto si fece buio e crollò il silenzio.

 


 

Tre tagli paralleli . Tre cicatrici violacee, che sembravano sul punto di aprirsi e far scorrere sangue copioso. Questo era il marchio, che Infero aveva lasciato sul polso destro di Achem. Il ragazzo continuava a fissarlo e accarezzarlo con le punta delle dita, ancora stupito che non dolesse. Non c’erano rimorsi nel suo cuore per aver stretto un patto con il Signore dei Malefici. Certamente suo padre si sarebbe adirato scatenandogli contro tutta la sua rabbia, se lo avesse saputo. Ma lo aveva punito. Lo aveva bandito. Non era più un Beneficum e ora era libero di poter decidere della sua esistenza, senza dover assecondare i voleri di nessuno. Infero era apparso poco dopo il suo risveglio. Sembrava quasi che lo stesse attendendo. Achem non aveva idea di come il sovrano del Regno Oscuro fosse a conoscenza della ragione per cui era stato cacciato e non gli interessava. Quando il Meleficum gli offrì la possibilità di assecondare la sua natura e i suoi desideri, non ci pensò molto prima di accettare. Dopotutto non aveva nulla da perdere. Era umano, era fragile, solo. E soprattutto sua sorella non era più al suo fianco. L’unica opportunità di poterla rivedere e di poter stare con lei era l’accordo che Infero gli aveva proposto.

« Unisciti alle mie fila e ti concederò ciò che tuo padre non ha avuto il coraggio di darti : Nimue » . Mai nella sua esistenza di campione del Regno Celeste aveva trovato qualcuno o qualcosa, che gli fosse più caro di colei che era nata dalla sua stessa goccia. Nessuno nella sua lunga vita era mai riuscito a dargli sollievo e affrontarlo alla pari come Nimue aveva sempre fatto. Le regole del Regno Celeste erano sempre state molto chiare, gli erano state ripetute e intimate più e più volte. Achem era perfettamente consapevole, che al di fuori di quelle regole, la tensione che avvertiva tra lui e la sorella non poteva essere accettata. Voleva a Nimue un bene, che nessun Beneficum era in grado di comprendere, né tanto meno di accettare. Aveva continuamente interpellato sia suo padre, che la regina sua madre, affinché gli spiegassero cos’era che lo spingeva a scegliere la ragazza sopra a qualunque cosa, sopra i suoi doveri, sopra le regole. Non ottenne mai risposte, solo rimproveri e ammonimenti. Fino a quella notte. Fino al momento in cui decise di porre fine ai richiami e alle punizioni, reclamando per sé la possibilità di vivere con l’unico scopo di stare accanto alla sorella.

Una volta che si risvegliò umano Achem provò finalmente un senso di pace e completezza, che mai aveva provato prima. Sentì il pensiero di Nimue espandersi per tutto il corpo, scivolare come acqua in ogni fibra del suo essere. Avvertì un calore inatteso e udì il suo cuore battere accelerato. La risposta che aveva a lungo cercato aveva preso forma con la sua nuova natura. Purtroppo fu un senso di pace, che durò il tempo di realizzare, che il re dei Benefici non avrebbe mai reso Nimue mortale. Li aveva divisi per sempre. Fu quel nodo alla gola di cui non riusciva a liberarsi, che lo rese nuovamente immortale, di nuovo capace di incontrare la sorella a metà tra i due regni. Avrebbe incontrato Nimue sul campo di battaglia e l’avrebbe portata con sé nel Regno Oscuro. Infero li avrebbe uniti come Malefici.

Dopo aver lasciato che il re del Regno Oscuro imprimesse la propria impronta sulla sua anima, Achem venne lasciato solo senza troppe spiegazioni su cosa volesse dire essere un Maleficum. Il suo nuovo sovrano scomparve dicendo che lo avrebbe richiamato a suo tempo. Ciò che il giovane sapeva sui Malefici lo aveva appreso durante i secoli in cui li aveva combattuti. Essi si contendevano coi Benefici i voleri degli esseri mortali e immortali che abitavano i mondi conosciuti. Si aggiravano nelle zone d’ombra, avvertivano ogni esitazione della volontà a perseguire il bene e il giusto e in quel momento facevano la loro comparsa, corrompendo le menti e trascinandole sulle vie della perdizione. C’era chi uccideva, chi si toglieva la vita, chi tradiva . Ogni azione bieca e meschina era una vittoria per Infero e i suoi devoti, che si nutrivano di dolore e speranze disattese.

Il ragazzo provò ad aggirarsi nei paraggi del luogo in cui l’accordo era stato stretto. La Terra rappresentava un mondo a metà, in cui sia i Benefici che i Malefici potevano muoversi più o meno liberamente. In quel momento Achem si trovava in un bosco non molto distante da un villaggio di esseri umani. Decise di restare nascosto nella radura, mettendo alla prova la sua nuova natura esponendosi al sole e provando ad ascoltare le voci delle anime di chi passava abbastanza vicino da essere udito. Scoprì così che pur potendosi esporre al sole, stare troppo alla luce lo affaticava e gli dava un fastidioso senso di nausea. Molto meglio l’ombra degli alberi. Riuscì ad avvertire i pensieri e i più profondi desideri dei viandanti, che percorrevano il sentiero più vicino al bosco, allo stesso modo in cui poteva leggerli quando era Beneficum, ma almeno per ora non si era sentito attratto da nessun pensiero impuro in particolare. Forse perché non ne aveva uditi di così forti. Decise così di sedersi ai piedi di un vecchio e possente albero e riposare. Poggiò la testa contro il tronco e chiuse gli occhi. Quanto tempo era trascorso da quando aveva riposato l’ultima volta? Sembrava già passata una vita umana da quando aveva lasciato il Regno Celeste, eppure tutto era accaduto qualche ora prima appena. Era esausto. Deglutì a fatica, provò a distendere le gambe e incrociò le braccia al petto. Achem era senza dubbio uno dei Benefici più belli del Regno Celeste. La pelle olivastra, il naso aquilino, la bocca perfettamente delineata, carnosa al punto giusto. Ora che aveva gli occhi chiusi le lunghe ciglia nere gli disegnavano un’ombra leggera appena sopra gli zigomi . Aveva un fisico asciutto, ma possente. Le spalle larghe e ogni muscolo disegnato da ore di duro allenamento in qualità di primo ufficiale dell’armata celeste. Ora che il suo status di Maleficum lo aveva circondato di un’aura oscura, ogni dettaglio della sua figura, che sembrava essere stato deciso a tavolino da Michelangelo in persona, risaltava ancora di più. Con lui nelle sue fila, Infero sapeva che avrebbe avuto un abbondante raccolto di volontà piegate.

Era appena riuscito a prendere sonno quando un lancinante dolore al petto lo ridestò e lo costrinse ad accasciarsi digrignando i denti. Tossì, si strinse le braccia attorno al corpo e si conficcò le unghie nella carne per obbligarsi a non pensare alla morsa che gli stava per far esplodere il cuore. Si lasciò andare a un verso di sofferenza strozzato e provò a distendersi tirando bene la testa all’indietro per poter respirare con più calma. Guardò verso i rami più alti dell’albero, le foglie che tagliavano sottili i raggi del sole. « Nimue… » . Appena finì di pronunciare il nome della sorella la presa attorno al cuore si allentò. Restò a fissare le fronde dell’albero ancora un po’, senza sbattere le palpebre. Lo fece così a lungo che gli occhi gli si arrossarono e iniziarono a lacrimare. Una lacrima sottile si staccò e gli scorse giù, fino all’orecchio. Venne accarezzato da un leggero vento, che portò con sé un intenso profumo di patchouli: il profumo di Nimue. Il neo Maleficum scattò in piedi e si guardò attorno agitato. Non avrebbe confuso il profumo della ragazza con niente al mondo. Doveva per forza trattarsi di lei e lo spasimo di poco prima doveva significare che qualcosa di male le era appena accaduto. Achem cercò di aguzzare la vista, girandosi più e più volte, cercando di osservare nell’oscurità del bosco, aspettandosi di intravedere la chioma ramata della ragazza illuminare un punto nella boscaglia più fitta. Di nuovo una zaffata di profumo arrivò a investirlo facendogli battere il cuore . Un secondo più tardi, nella sua mente udì una voce femminile sussurrare il suo nome. All’inizio lo percepì appena, pensando di averlo immaginato, ma poi quella stessa voce si fece più forte e chiara : « Achem… » . Era senza dubbio alcuno la voce della sorella . Chiuse gli occhi e provò a isolarsi da qualunque rumore, anche il più flebile che il bosco potesse produrre. Nel silenzio della sua anima, Achem si trovò immerso nel buio, fino a quando, finalmente, i riflessi dorati della chioma di Nimue non rischiararono la sua vista . Lisci come seta erano dolcemente sparsi su un letto di aghi di pino. Il ragazzo allungò una mano per poterli toccare. Ne afferrò una ciocca e se la rigirò tra le dita, com’era solito fare. Quando riaprì gli occhi il neo Maleficum si trovò, non poco sorpreso, di fronte alla sorella distesa priva di sensi in un angolo remoto della macchia.

Achem si gettò subito sulla ragazza, afferrandola e sollevandola fino a metterla seduta. Mentre la sosteneva con un braccio, iniziò a darle dei colpetti sulla guancia col dorso della mano per cercare di svegliarla. La chiamò per nome due, tre, cinque volte, ma la giovane restava priva di sensi e non accennava a riprendersi. Il Maleficum le strinse appena il polso per cercare di percepirne il battito: era viva. Nimue era viva, ma più la osservava e più qualcosa in lei sembrava essere fuori posto. Era pallida, spenta, non c’era segno di luce benefica in lei. Era mai possibile, che … 

Il pensiero che suo padre potesse averla resa umana si fece largo come la peggiore delle notizie nell’animo del ragazzo. Prese a scuotere Nimue con un po’ meno dolcezza, a pronunciare il suo nome con più enfasi, lo urlò quasi.

« Nimue! Nimue, svegliati! Forza, svegliati! »

 


 

Non era certa di cosa il Padre le avesse fatto esattamente, ma mentre osservava per l’ultima volta la sala del trono e il volto dei suoi cari, mentre sentiva la sua schiena bruciare, Nimue avvertì il suo corpo diventare sempre più pesante, fino a non poterlo reggere. Si lasciò andare e si sentì come stesse cadendo giù per il più profondo dei pozzi. Un filtro nero iniziò a scurire il mondo intorno a lei, inghiottì tutto, fino a divorare anche lei medesima. Passarono minuti, forse ore, poi finalmente la schiena smise di dolerle e il suo corpo le sembrò fermarsi da quella caduta interminabile. Lentamente le parve di riacquistare la coscienza di sé, del suo corpo . Prima di tutto avvertì le sue mani e le sue braccia, stese davanti a lei. Poteva sentire il sangue circolare in direzione della punta delle dita. Successivamente riacquistò la sensazione delle sue spalle, del suo torace, giù fino ai fianchi e si figurò distesa su uno di questi. Infine poté percepire le sue gambe e i suoi piedi. Desiderava aprire gli occhi e muoversi, ma la sua debolezza era tale, da non permetterle movimento alcuno, nemmeno il più semplice e millimetrico. Era intrappolata, immobilizzata, prigioniera del suo corpo inerte. Dopo qualche attimo si sentì sollevare appena e fu come se qualcosa dentro di lei venisse liberato. Quella poca forza, che era rimasta intorpidita dalla caduta, riprese a fluire raggiungendo ogni cellula di lei. Si sentì scuotere e ancora di più qualcosa in lei si rimise in moto. “Svegliati… Svegliati Nimue” . Cercò di spronarsi a reagire, provò a concentrare i suoi pensieri sulle sue palpebre, voleva sollevarle. Ancora una volta non ci riuscì. Di nuovo avvertì il suo corpo venire scosso . Fu a quel punto, che tornò alla vita, restituita al mondo. I suoni intorno a lei iniziarono piano ad avvolgerla. Dapprima ovattata e distante, le parve di udire la voce di un uomo chiamarla . Quella voce così profonda e familiare venne seguita dal frastuono della realtà circostante, di cui le vennero restituiti tutti i rumori. Fu allora, che poté distinguere con chiarezza la voce che la stava chiamando : Achem! Bastò questa certezza a farle trovare la forza per riaprire gli occhi. Li schiuse lentamente, inizialmente distinguendo solo la figura scura e possente del fratello, poi riuscì finalmente a vederlo nitidamente. I suoi capelli lisci e scuri, che gli ricadevano sulle spalle e gli incorniciavano il viso, i suoi occhi verdi, come la più rigogliosa delle foreste, le sue labbra perfettamente disegnate. Gli sorrise debolmente e lui le passò una mano tra i capelli, sollevandola un po’ di più, per poterla stringere meglio a sé.

« Folle! Mi hai fatto prendere un colpo! Temevo non ti saresti più risvegliata »

« Folle io? Tu che hai scatenato l’ira di nostro padre e ti sei fatto esiliare … Non sei forse tu il matto? »

Achem sorrise a quel rimprovero. Baciò la fronte della ragazza e poi la aiutò a mettersi seduta, sedendosi appena dietro di lei e facendola appoggiare con la schiena contro il suo petto. La cinse con le braccia e le appoggiò la testa nell’incavo tra il collo e la spalla. Fino a qualche minuto prima aveva temuto di non poterla rivedere mai più o di dover aspettare anni, prima di poterla avvicinare in battaglia e portarla via. Ora Nimue era lì, tra le sue braccia. Chiuse gli occhi e inspirò a fondo per poterne sentire il profumo. La strinse più forte. Non l’avrebbe mai lasciata andare. Non si sarebbe fatto sfuggire l’occasione di poterla avere accanto per sempre, ora che era libero di potersi dedicare a lei e a lei soltanto.

« Come mai sei qui? Ho avvertito un dolore tremendo poco prima di trovarti… Cos’è accaduto? »

« Mi sono fatta bandire »

A quelle parole Achem riaprì gli occhi e strinse la giovane ancora più forte. Era inquieto al pensiero che non fossero più Benefici. Lontani dal Regno della Luce, lontani dai loro genitori, da Celestis, dai loro doveri. Aveva sfidato il volere del re suo padre per ottenere l’occasione, che ora gli si stava presentando. Eppure temeva, che quella libertà avrebbe potuto ferire Nimue. Avrebbe saputo proteggerla? Ma più di tutto: ora che Nimue era umana, cosa avrebbe detto del suo patto con Infero?

« Sei umana … »

« Siamo umani! Ma sopravviveremo. Te lo prometto ! » Nel dirlo Nimue si svincolò dall’abbraccio del ragazzo e si girò, per poterlo guardare negli occhi. Conosceva bene l’animo di Achem, sapeva che sotto la sua spavalderia si celava una persona premurosa, piena di ansie e fragilità. Sentiva, che il fratello si sarebbe colpevolizzato per la loro condizione, che si sarebbe reso responsabile di ogni cosa sarebbe loro accaduto da quel momento in avanti. In questo Nimue era sempre stata più forte. Aveva preso la decisione di condividere la sorte del ragazzo e si sarebbe impegnata per non fargli pesare niente, né la sete, né tanto meno la fame o banalmente la noia, nulla di ciò che avrebbe vissuto d’ora in poi. E guardandolo negli occhi, per potergli rinnovare la promessa fatta poco prima, se ne accorse : gli occhi di Achem erano cerchiati da un velo nero. Un tempo limpidi e brillanti, vividi, erano ora spenti, immobili, profondi come la notte. Mentre li fissava Nimue si sentì sopraffatta nuovamente dalla stanchezza, restò ammutolita e non si sentiva più in grado di muoversi, né di poter controllare il suo volere. La sua mente venne improvvisamente svuotata da qualunque pensiero, da qualsivoglia desiderio .

« Nimue? » La voce del giovane rimbombò nella testa della ragazza come amplificata. Achem allora le infilò una mano tra i capelli rossi, li strinse all’altezza della nuca e la strattonò « Nimue! » . Nimue riuscì a riprendersi e in quel momento abbassò una mano dalla spalla di Achem, fino al suo polso e con le dita avvertì un sollevamento della pelle. Afferrò il braccio del ragazzo e lo girò, riuscendo a vedere le tre cicatrici, come tre tagli paralleli che pulsavano come fossero vivi.

« Che cos’hai fatto?! »

Il viso di Nimue era tirato, pallido. La sua espressione terrorizzata diede nuova linfa a quell’inquietudine, che Achem aveva avvertito qualche secondo prima. Sua sorella non era mai stata una ribelle, per quanto gli avesse sempre guardato le spalle e lo avesse sempre difeso a spada tratta con chiunque lo attaccasse. Era una dei Beneficum più forti e fieri in battaglia, ligia al dovere, la sua luce risplendeva candida e potente, simbolo della sua chiarezza e bontà d’animo: l’esatto contrario di ciò che ora Achem rappresentava. Impulsivo ed impaziente, il ragazzo aveva spesso commesso sciocchezze dettate dalla sua poca pazienza. Aver stretto un patto con Infero, che prevedeva la sua conversione a Maleficum, senza pensare a come la ragazza avrebbe potuto reagire, fu l’ennesima prova della sua sconsideratezza. Abbassò lo sguardo, non riuscendo a trovare le parole giuste, per spiegarle l’accaduto.

Nimue lasciò la presa dal polso del fratello e si mise seduta di fronte a lui, le gambe raccolte al petto e la testa appoggiata sulle ginocchia . Achem era un Maleficum. Gli era stata lontana per poche ore, si era fatta bandire, perché preoccupata per lui e data la situazione la sua preoccupazione era più che giustificata. Si portò le mani sulla testa e se la strinse. Era incredula, arrabbiata, agitata. Per quanto si sforzasse non riusciva a trovare una soluzione, né una spiegazione e il silenzio del giovane non faceva, che aumentare il dolore alle tempie che avvertiva.

« Non è come sembra ! » . A quelle parole Nimue sollevò la testa e lanciò uno sguardo fulminante al fratello, che tornò a guardare in basso, non riuscendo a reggere il confronto. Lei era l’unica di cui temeva il giudizio, l’unica che riusciva a farlo indietreggiare e  in quel momento, a farlo dubitare vergognandosi della sua decisione.

« Spiegami com’è. Spiegami com’è possibile, che tu sia un Maleficum! Perchè tra tutto ciò che temevo, sapendoti esiliato, davvero questo non me lo aspettavo, COMANDANTE! » . Nimue sottolineò l’ultima parola a mo’ di scherno.

« Infero ha promesso di esaudire il desiderio, che nostro padre non mi ha concesso »

« Le promesse di Infero sono sempre dei raggiri! Non sono mai ciò che credi. C’è sempre un modo in cui lui riesce ad avere la meglio, rubandoti l’anima e rendendoti schiavo »

« Non ho bisogno della lezione di storia! » . Nel pronunciare l’ultima frase il neo Maleficum tornò a guardare la giovane. Si sentiva umiliato e infastidito dalla poca fiducia, che lei stava dimostrando nei suoi confronti. Era consapevole della reputazione del Signore del Regno delle ombre. Il re dei Malefici era solito raggirare le anime, promettendo loro ciò che bramavano maggiormente, ma nel formulare le sue promesse, Infero ometteva o cambiava parole, che poi si ritorcevano sui poveri sventurati, che ormai avevano perduto l’anima senza vedere i loro desideri realizzati.

« Che cosa gli hai chiesto? Che cosa ti ha detto? E voglio che tu mi ripeta precisamente ogni sillaba! »

Ripetere ogni sillaba avrebbe significato rivelare a Nimue molto dei suoi sentimenti per lei. Nella loro intera vita passata insieme, Achem non aveva mai detto alla ragazza con esattezza cosa provasse nei suoi confronti. Non le aveva mai espresso il desiderio di volersi dedicare solo a lei, di non volere nulla se non il suo bene. Anche, perché mai come quei pochi momenti in cui fu umano, aveva compreso la natura del suo desiderio. Sapeva che la sorella non avrebbe ceduto fino a quando non le avrebbe risposto, ma combattere l’imbarazzo che albergava nel suo cuore, fu difficile.

« Te. Gli ho chiesto, te. »

Quelle parole fecero sì che il cuore di Nimue le arrivasse in gola. Gli occhi le si riempirono di lacrime, senza che potesse fermarle, senza comprenderne la ragione. Avrebbe voluto dimenticare la nuova natura di Achem e abbracciarlo e … Gli fissò le labbra: perfette … Si riprese e tornò a concentrarsi sulla gravità di ciò che il ragazzo aveva fatto .

« Spiegati meglio »

« Ieri notte sono andato da nostro padre e ci sono andato con l’unico scopo di liberarmi di un peso, che mi porto dentro da molto tempo. La preoccupazione che provo per te, il bene che provo per te… Nessuno è mai riuscito a darci una risposta su come sia possibile, che il nostro legame sia così forte. Quante volte abbiamo chiesto spiegazioni, Nimue? Ero stanco. L’unica decisione plausibile era chiedere al re di poter liberamente esprimere le mie intenzioni. E la mia intenzione era ed è quella di pensare a te soltanto. Non sopportavo l’idea che mi chiedessero di amare tutto e tutti allo stesso modo, perché è chiaro, che io amo te, più di tutto il resto. »

« E così nostro padre ti ha punito »

« Mi ha negato la libertà e mi ha cacciato. Mi ha reso umano, allontanandomi da te per sempre. E’ stato a quel punto, che Infero mi ha trovato »

Che strana coincidenza che il Signore dei Malefici si fosse presentato di fronte ad Achem proprio in quel momento, Nimue non poté evitare di pensarlo. Per quanto lei e l’ormai ex comandante dell’esercito dei Benefici fossero capaci, erano Benefici tra mille altri. Non avevano posizioni di spicco tali da poter essere presi di mira dal re dei Malefici in persona.

« E ti ha proposto di concederti … ME? In che modo? »

« Mi ha detto che sarei stato finalmente libero di esprimere i miei sentimenti per te, di viverli senza essere ostacolato. Mi ha detto che ci avrebbe accolti e ci avrebbe concesso di vivere insieme, seguendo il nostro istinto »

« Sono queste le parole che ha usato? Non ne ha omessa nessuna? » . Achem alzò le spalle e scosse la testa. Presentata in quel modo l’offerta di Infero sembrava del tutto innocua, eppure aveva trasformato Achem in un Maleficum, pertanto doveva esserci qualche misterioso cavillo, che il re del Regno Oscuro aveva appositamente nascosto. La ragazza si alzò in piedi, si scrollò la camicia da notte, impolverata e ridotta a una piega unica e si mise a camminare in uno spazio circoscritto. Avanti e indietro, in tondo, in diagonale. Camminò per un po’ ignorando il fratello seduto vicino a lei, che con la testa bassa si era messo a farsi girare una pietra in una mano. Per quanto si sforzasse di riflettere, cercando di ricordare gli insegnamenti dei suoi genitori e di Celestis su Infero e le sue abitudini, Nimue non riusciva a trovare una ragione per cui lei e Achem fossero diventati oggetto di attenzione da parte del sovrano. Diversi furono i casi in cui dei Benefici erano stati tratti in inganno da alcuni Malefici. Tornare nel Regno delle Ombre con un’anima di Beneficum piegata, era per i Malefici ragione di prestigio e vanto. Ma scomodare il potente Signore Oscuro in persona, era un’azione che spettava al re suo padre e alla regina sua moglie. Ad un tratto Achem si sollevò di scatto e scagliò la pietra lontano, poi si voltò e afferrò la sorella per un braccio interrompendo il suo frenetico pensare.

« Da quando abbiamo stretto il patto Infero non si è più fatto vivo. E’ scomparso dicendo che mi avrebbe chiamato al momento opportuno, ma al momento sembra sia scomparso. Possiamo per un secondo tirare un respiro di sollievo? »

« Sei un Maleficum! E il Signore Oscuro tornerà a reclamare la tua lealtà. Sai cosa fanno i Malefici… Li abbiamo combattuti per secoli e anche da umana, penso che le loro azioni siano abominevoli. Farai sul serio ciò che il tuo nuovo re ti chiederà? » . Il giovane Maleficum abbozzò un sorriso e afferrò il viso di Nimue tra le mani. « Io resto sempre lo stesso sorellina ! E tu… Tu non puoi risolvere tutti i problemi del mondo! Quando e se il signore del Regno Oscuro richiederà i miei servigi, allora penseremo a cosa fare ». Abbracciò la sorella e a lei sembrò quasi di sparire in quella stretta. « Non siamo più al palazzo di nostro padre. Sei umana ora! E dobbiamo pensare a come poter sopravvivere in questo mondo. Malefici, Benefici, non sono più un nostro problema! » . Nimue si lasciò abbracciare e all’ultima frase di Achem sentì il naso pizzicarle per il pianto incombente. Aveva seguito il fratello sulla Terra senza riflettere su come avrebbe vissuto, su come sarebbe stata la sua vita senza il suo stato di immortale. Mossa dall’ansia di aver perso il suo affetto più caro, si era spinta fino a quel momento con l’unica preoccupazione di non lasciare il ragazzo da solo ad affrontare la realtà umana. E ora che lo aveva ritrovato, lui era entrato a far parte delle forze nemiche e lei aveva perso tutto il suo potere, incapace pertanto di proteggerlo dal male che ne avrebbe reclamato l’anima. Cercando di non abbandonarsi a pensieri a quel punto più grandi delle sue capacità , Nimue ricambiò l’abbraccio di Achem, che finalmente aveva nella sorella la sua unica ragione di esistere : ormai fragile come una bambola di porcellana, l’avrebbe protetta a costo della sua stessa vita. 

 


 

Trascorsero mesi da quel giorno nella foresta, mesi che non furono facili. Il giorno in cui i due fratelli si ritrovarono, Achem decise di restare accanto alla sorella, ignorando la sua nuova natura di Maleficum. Non si addentrò mai quindi nel Regno Oscuro e non andò a caccia di anime perdute. Restò sulla Terra con Nimue, aiutandola a sistemarsi al limitare del bosco, costruendo per entrambi una modesta capanna. Nimue, da sempre brava a lavorare le erbe, si fece conoscere tra gli abitanti del villaggio vicino come guaritrice e così diede un senso alla sua nuova natura imparando a interagire con gli esseri umani e a sopravvivere.

Mentre per la giovane ex Beneficum le difficoltà nell’adattarsi alla sua nuova forma non sembrarono così insormontabili, per Achem ogni giorno che passava era sempre più duro da affrontare. Il suo marchio aveva preso a pulsare con sempre più forza già dal giorno successivo alla sua decisione di restare sulla Terra. I richiami di Infero, perché il neo Maleficum compisse il suo dovere si facevano sempre più insistenti e nasconderli alla ragazza non fu impresa da poco. Ogni richiamo faceva sempre più male. Nell’ultimo mese il ragazzo si era visto costretto a nascondere delle vere e proprie paresi al braccio, che si stavano spaventosamente allargando ad altre parti del suo corpo. Inoltre il dolore insopportabile portava con sé capogiri e nausee, che il Maleficum aveva giustificato con l’esposizione alla troppa luce. Per quanto ancora sarebbe riuscito a non rivelare a Nimue ciò che stava accadendo, non ne aveva idea. Ma non voleva coinvolgerla nella sua ribellione al re dei Malefici, soprattutto ora che la sua natura umana l’avrebbe esposta a enormi pericoli.

Quella mattina Achem si alzò tardi. Non aveva dormito bene e quando si tirò su a sedere nel letto, era in pessime condizioni. Il braccio lo aveva tormentato per tutta la notte e in quel momento era paralizzato dal polso fin su alla spalla e non riusciva a sentirsi il lato sinistro del torace. La testa sembrava sul punto di esplodergli, anche il più piccolo rumore gli dava il voltastomaco. Si guardò intorno nella stanza, la sorella non c’era . La vide apparire dopo poco con due ciotole di latte di capra appena munto nelle mani e un fagottino infilato sotto il braccio. « Oh, ti sei svegliato finalmente! Ti aspettavo per fare colazione, in piedi su. Sto morendo di fame! » . Nella bruttura del suo stato l’energia di Nimue era come un antidoto. Si fece pertanto forza e si alzò in piedi, barcollando fino al baule ai piedi del letto da sopra al quale recuperò una camicia. Si rivestì e si trascinò fino al tavolo, lasciandosi nuovamente andare alla debolezza cascando in malo modo sulla sedia. La ragazza gli porse metà del pane che aveva tirato fuori dal fagottino portato in casa poco prima, ma Achem non riuscì ad allungare nessuna delle due braccia per afferrarlo.

« Di nuovo quei capogiri? Stai peggiorando … Dopo provo a farti un infuso di camomilla, così distendi i nervi »

« Non è niente. Ho fatto molta fatica a dormire, sono solo stanco » .

Il fratello non era bravo a mentire, era evidente che qualcosa lo preoccupava, ma Nimue decise di non indagare, anche perché sarebbe servito a poco. Il giovane era sempre stato chiuso e testardo in quel senso, se qualcosa lo tormentava doveva sbrigarsela da solo. Non lo aveva mai visto chiedere aiuto. Essere un Maleficum non lo aveva cambiato nemmeno in questo. Così la ragazza gli appoggiò il tozzo di pane accanto alla ciotola di latte e si sedette al suo posto, di fronte a lui, inzuppando la sua parte di pagnotta e dandole un bel morso. Achem dal canto suo restò a fissare la colazione per un po’, tentando inutilmente, da sotto al tavolo, di muovere le dita della mano sinistra : immobili. Contrastando la fatica, per non far impensierire Nimue, si decise alla fine ad afferrare la ciotola di latte con la mano destra, se la portò alla bocca e bevve quasi in un sorso. « Fa piano o ti strozzerai! » disse la ragazza con in bocca un sostanzioso boccone . Achem sorrise, pulendosi la bocca con il dorso della mano « Disse colei con più pane in bocca che denti! » .

Non fosse stato per quei momenti spensierati ,forse, il Maleficum avrebbe ceduto al richiamo del male molto tempo prima. Ma non poteva deludere la donna che amava e aveva resistito a tutto, al marchio dei Malefici che doleva e non gli dava tregua, ai pensieri impuri degli abitanti del villaggio, che lo attraevano come api col miele. Anche quella giornata sarebbe passata e lui non avrebbe distrutto la felicità della ragazza arrendendosi . Posò la ciotola sul tavolo e provò a sedersi più composto, sollevando la schiena e tirando la sedia più vicino al tavolo. Allungò la mano verso la brocca d’acqua, se ne versò un bicchiere e poi prese il pane e lo addentò. Masticò lentamente e si aiutò a mandar giù il boccone con un sorso di acqua . La nausea quella mattina era particolarmente intensa, la cosa lo preoccupò, perché avrebbe preferito tenere la colazione nello stomaco, dato che aveva bisogno di energie.

Mentre faceva un altro sorso tutto intorno a lui si fece silenzioso, i rumori scomparvero, si ritrovò come in una camera isolata dal resto del mondo. L’unica cosa che udì fu una voce rimbombargli nella testa : la voce del Signore Oscuro. « Alla vecchia quercia, ORA! » .

Tornò a sentire tutto, Nimue che canticchiava una canzone, il rumore delle ciotole che stava raccogliendo dal tavolo .

« Hai finito qualche erba? Pensavo di andare ad allenarmi vicino alla cascata »

« Allenarti in queste condizioni? Dovresti bere qualcosa di caldo e tornare a letto! »

« Non ho una passione particolare per i tuoi intrugli, dovresti saperlo! » . Nimue si voltò stizzita e afferrò una grande brocca da sopra un ripiano « Fa come ti pare » . Uscì senza degnarlo di uno sguardo, salvo tornare indietro di corsa pochi secondi dopo, infilando in casa solo la testa « Achillea! Ho finito l’Achillea!».  Aveva sul viso il sorriso luminoso di sempre, che Achem ricambiò con una strizzata d’occhio. Nimue era sempre stata così, non riusciva a tenergli il broncio per più di un secondo.

Dopo che la ragazza sparì nuovamente fuori dal rifugio, l’ex comandante si alzò a fatica dalla sedia e tornò al baule. Lo aprì e ne estrasse una cotta in cuoio, che si era procurato da un mercante al villaggio. La indossò, poi si avvicinò alla finestra, sotto alla quale stava un mobile basso su cui era poggiata una brocca piena di acqua e una tinozza. Versò l’acqua nel catino e si rinfrescò il viso, poi dal baule prese un pugnale benefico, unico ricordo del suo passato al servizio del re suo Padre. Se lo legò alla vita con la cintura, indossò gli stivali e uscì. Nimue stava raccogliendo le uova nel pollaio, facendo il solito baccano di chi coi polli non ha un buon rapporto. In quel momento Achem avrebbe desiderato riderci su e prenderla in giro come sempre, ma si allontanò in silenzio intenzionato ad affrontare il re dei Malefici.

Non aveva mai avuto modo di testare il suo nuovo potere, quindi non era in grado di stabilire di quanto sarebbe stato in svantaggio rispetto a Infero, ma si era allenato quotidianamente nonostante i problemi al braccio. Avrebbe lottato fino all’ultimo se necessario, deciso a tenere il sovrano del Regno Oscuro il più lontano possibile dalla sorella indifesa. Per la prima volta da quando era stato esiliato il suo pensiero volò ai suoi genitori. Mentre camminava verso la vecchia quercia, non poté evitare di pregare in cuor suo affiché suo Padre vegliasse su Nimue. Né lui, né la sorella avevano avuto segni che dal Regno Celeste qualcuno stesse continuando a vegliare su di loro. Solo nelle notti di luna piena, guardando verso il cielo limpido e stellato, si erano sentiti nostalgici del palazzo e dei loro compagni : di fronte alla luce delle stelle, erano certi che lassù qualcuno ancora pensava a loro, forse la regina, come la più amorevole delle madri.

La vecchia quercia apparve dal nulla e l’ombra che creavano i suoi alti e possenti rami divorò in un istante ogni più pallido raggio di sole. In piedi alle radici dell’albero, di spalle, stava una figura nera: Infero.

Achem si avviciò con nonchalance, conscio che sorprendere il potente sovrano sarebbe stato impossibile. Appena il giovane fu abbastanza vicino, il re dei Malefici si degnò di voltarsi e guardarlo in viso. Infero era alto, longilineo. La sua pelle diafana era percorsa da sottili vene, che pulsavano sangue nero come la pece. I suoi occhi neri più del buio avevano strani riflessi rossi, che si incendiavano nei momenti di collera. I suoi lunghi capelli neri erano raccolti in una mezza coda, che aiutava la sua corona di rovi a reggersi sul suo capo. Con un gesto elegante della mano scostò il lungo mantello nero, che lo avvolgeva e fece un paio di passi verso Achem.

« Sono tremendamente dispiaciuto. Ti aspettavo nel Regno Oscuro, accompagnato dalla tua giovane e bella sorella e invece » , fece scoccare per tre volte la lingua « nessuna visita. E nemmeno nessuna risposta ai miei continui richiami. Come puoi giustificare una simile mancanza di rispetto, Achem? »

« Me ne rammarico, sire. La questione di cui avevamo discusso ha preso una piega diversa da quella che mi aspettavo ». Gli occhi di Infero si infiammarono per un secondo.

« Puoi asserirlo certamente mio giovane comandante. E aggiungerei, che la piega di questa faccenda non è di mio gradimento! » . D’istinto Achem serrò la mano sana intorno al manico del pugnale. Attaccare il sovrano del Regno Oscuro armato di un misero pugnale, si sarebbe rivelato il più tragico degli errori. Doveva cercare di trattenersi e limitarsi a tenersi pronto a difendersi in caso fosse stato attaccato. Fino a quel momento però, il sinistro re non sembrava intenzionato a farsi avanti, anzi sorrise. « Vuoi attaccarmi Achem? Io sono venuto solo per parlare » . Nel dirlo allargò le braccio, mostrandosi disarmato. L’ex comandante non si fidava, ma non ebbe altra scelta che reggere il gioco.

« Come sta la tua amata sorella ? La sua umanità le piace ? » . Achem non potè fare a meno di notare con quale disgusto Infero pronunciò il termine “umanità” . Sembrava quasi odiare gli esseri umani più dei Benefici. E davvero il Signore Oscuro gli stava chiedendo delle condizioni di Nimue come volesse conversare? Si trovò a stringere ancora di più la mano sul pugnale.

« Mia sorella sta bene, sire . Sono rimasto di proposito accanto a lei, perché il cambiamento fosse il più facile possibile » . A quella frase Infero tornò a dare le spalle al neo Maleficum e dopo pochi istanti si mise a passeggiare avanti e indietro, senza mai degnarlo di uno sguardo. Sembrava stesse pensando a qualcosa e Achem divenne un fascio di nervi, tutti tesi a reagire da un secondo all’altro. Ci furono minuti di silenzio, durante i quali nessuno dei due pronunciò parola. La tensione era palpabile. Poi il re si bloccò e sul viso gli si dipinse un sorriso inquietante. Sembrava un folle, che faceva bella mostra di denti bianchissimi e affilati come rasoi. Un brivido percorse la schiena di Achem e si sentì impossibilitato a compiere qualsivoglia movimento, paralizzato dalla paura che l’antico sovrano incuteva. Nemmeno nelle battaglie più cruente all’ex Beneficum era accaduto di affrontare un Maleficum con un’aura così potente.

« Sai ,Achem , tu mi piaci. Sono affascinato dal tuo coraggio. O forse dovrei dire dalla tua abissale stupidità! ». Il Signore Oscuro tornò a fissare Achem dritto negli occhi. L’aria intorno al sovrano si era fatta pesante e l’ombra della foresta si stava lentamente tramutando in oscurità, come se fosse improvvisamente calata la notte. Il momento che il ragazzo temeva era infine giunto: Infero si stava preparando ad attaccare. Achem sentiva di avere un’unica possibilità, colpendolo mentre stava raccogliendo le sue forze. Avrebbe dovuto essere più veloce di lui, osando dove tanti forse avrebbero indietreggiato. Con un gesto fulmineo estresse il pugnale dalla guaina e lo scagliò verso il re, proprio all’altezza del cuore. Con enorme sorpresa di Achem però, il pugnale oltrepassò la figura di Infero, come se lui fosse fatto di fumo e andò a conficcarsi nel tronco della vecchia quercia: una proiezione. Il re che Achem aveva di fronte altro non era che un’immagine proiettata del sovrano stesso, ma egli in persona non era lì. Il Signore Oscuro allargò il suo sorriso in una sonora risata. Achem era a quel punto disarmato e non aveva idea di come fermare qualcuno, che non era tangibile.

« Povero sciocco! Così ingenuo… Pensavi davvero che mi avresti fermato con quello? » indicò l’arma infilzata nel legno « Sono venuto per punirti Achem. Mi hai disobbedito. Meriti una punizione esemplare. E a te piacciono le punizioni, vero? » . In quel momento il giovane neo Maleficum fu colto da un dolore improvviso alla schiena. Spinse il petto in avanti, come se qualcuno lo avesse colpito alle spalle. Urlò di dolore e finì in ginocchio. Sputò sangue, poi i suoi occhi si riempirono di lacrime. Di nuovo il re Malefici si concesse una risata sguaiata.

Il Signore Oscuro era davvero il re degli inganni. Aveva spinto Achem ad allontanarsi da casa e si era manifestato con una proiezione, mentre il suo vero corpo era ora al rifugio, dove aveva colpito Nimue. Achem si sentì mancare l’aria. Come aveva potuto commettere una tale leggerezza? Ricevere un messaggio dal re dei Malefici e non pensare a nascondere la sorella in qualche luogo sicuro. Si accasciò a terra singhiozzando e sbattendo un pugno sul terreno.

« Cosa le hai fatto bastardo? Lasciala stare! Lasciala stare ho detto! »

« Tu vieni a dare ordini a me? Tu vieni a disubbidire a me? A sfidarmi? Davvero tuo Padre non è riuscito nei secoli a insegnarti un po’ di umiltà ? ». Il dolore alla schiena che Achem provava si stava acuendo e il sangue continuava a scorrere dalla bocca. Non riusciva a sollevare la testa per guardare il re in faccia. Nimue si stava spegnendo.

« Paga la tua arroganza ex comandante, perdendo per sempre la donna che ami ». La proiezione di Infero scomparve con quell’ultima frase, lasciando Achem a terra, un pugno stretto nella terra e un enorme vuoto nel petto.


 

Dopo che Achem se n’era andato, la lotta di Nimue con le galline era durata una buona mezz’ora. Non era proprio portata ad avere a che fare con quei goffi volatili. Continuavano a svolazzare e starnazzare di qua e di là, beccandola e impedendole di prendere le uova. Spesso le era capitato che la porta del pollaio di aprisse e alcuni polli scappassero e ad Achem era toccato l’ingrato compito di riprenderli. Riuscita finalmente a raccogliere una decina di uova, le sistemò in un paniere e rientrò in casa. Un’anziana del villaggio le aveva dato delle patate in cambio di un medicinale per il mal di schiena . Le avrebbe unite alle uova e avrebbe preparato una buona frittata così da far recuperare ad Achem un po’ di energie. Essere umana era faticoso, il suo corpo era costantemente esposto ai pericoli. Bastava un niente perché si ferisse o si ammalasse. Tuttavia l’ex Beneficum si era dimostrata una ragazza forte e in salute. Le era venuta una leggera febbre solo una volta dal suo esilio, durante il suo primo periodo mestruale. Inutile dire dell’imbarazzo che provò nell’avere il fratello perennemente tra i piedi in un momento così nuovo, strano. A parte questo, essere umana le piaceva. Provava ogni tanto nostalgia di casa, ripensava ai suoi genitori, ma aveva affrontato l’esilio con energia e speranza, soprattutto grazie alla presenza di Achem. Non erano mai stati così intimi, così vicini. E i sentimenti umani erano del tutto nuovi per lei, che ogni mattina, guardando il ragazzo addormentato accanto a lei, sentiva il cuore riempirsi di forza e vitalità. Gli umani la chiamavano “tenerezza”.

Mentre era in casa a sistemare le uova e preparare l’occorrente per preparare il pranzo, la casa fu investita da buio. Fu come se fuori il cielo si fosse coperto all’improvviso per l’arrivo di un brutto temporale. Lasciò il tutto sul tavolo e corse alla finestra per controllare che il tempo non si stesse annuvolando. Fino a un secondo prima c’era un cielo pulito e azzurro. Quello che vide la pietrificò: il cielo non si vedeva più. La casa era circondata da un muro nero, che avvolgeva ogni cosa. Gli animali erano impazziti, agitati per il terrore. Essendo un essere umano Nimue non aveva più la capacità di avvertire le aure delle creature sovrannaturali, ma era perfettamente consapevole di cosa stesse succedendo. Aveva affrontato i Malefici numerose volte e l’assenza di luce era ciò che precedeva l’attacco di uno di loro. Si riprese e corse al ripiano dove c’erano le stoviglie. Afferrò un coltello e corse fuori, pronta ad affrontare chiunque sarebbe apparso.

Sentì due mani che applaudivano e poi, udì una voce proprio dietro di lei.

« Che ragazza formidabile! Vedo che l’istinto della guerriera è ancora vivo in te » . Non fece in tempo a voltarsi, il Signore Oscuro era vicinissimo e le aveva afferrato una ciocca di capelli che si fece scivolare tra le dita. Le girò attorno e infine si parò proprio di fronte a lei, a pochi centimetri di distanza.

« Finalmente ci conosciamo, Nimue. Io ti aspettavo nel mio regno, ma tuo fratello non ha voluto presentarci »

« Gli ho impedito io di scendere nella Città del Dolore ! » . Nimue guardò Infero con odio. Sapeva di non avere speranze contro di lui, tanto valeva essere sincera nel suo totale disprezzo. « Che peccato. Gli avevo promesso che vi avrei accolti! Che avreste potuto vivere insieme per sempre »

« A quale prezzo? » Nimue sollevò il coltello e lo punto alla gola del sovrano, i cui occhi si illuminarono di rosso. Infero restò impassibile al gesto della ragazza, non indietreggiò, né mostrò segni di collera. La osservò con intensità, studiandone ogni minimo dettaglio. Infastidita la giovane fece pressione sul collo con la lama.

« Non sei un tipo che si lascia ingannare tu, vero? » . Il re allargò la bocca in un sorriso mostrando ancora una volta la fila di denti appuntiti e si allontanò di qualche passo dalla ragazza.

« Non c’erano clausole segrete nell’accordo. Era un patto molto semplice : voi due insieme, sotto la mia egida »

« A che prezzo, ho detto! Hai ingannato Achem , ma non ingannerai anche me ». Il sorriso del Signore Oscuro scomparve lasciando posto a un’espressione immobile e indecifrabile. Seguì un silenzio inquietante, durante il quale lui non si mosse di un millimetro. Nimue era certa di averlo provocato e indispettito. La sua unica speranza era che il fratello tornasse in tempo per teletrasportali lontano, anche se non credeva esistesse un “abbastanza lontano” trattandosi del re in persona. Il signore dei Malefici inclinò leggermente il capo, guardando la ragazza di traverso, poi si decise a parlare.

« Tu non hai idea di quale gioia proverò quando tu e il tuo adorato fratello smetterete di vivere. Il prezzo mia cara, è la vostra giovane ed inutile vita. Avevo pensato di fare uno scherzo al caro Paparino avendo i suoi due cocchi a fare gli schiavi tra le mie forze, ma… » . Nimue si irrigidì . « Oh, sì mia cara ragazza! C’era l’inghippo nel patto proposto a tuo fratello. Lo confesso. Gli avevo detto che vi avrei accolti, che lui sarebbe stato libero di amarti, ma non ho mai pronunciato le parole magiche “Per sempre felici e contenti” e aggiungerei : LIBERI » . Ecco svelato il piano di Infero : renderli entrambi Malefici alle sue dipendenze. Ma la forza di Achem nel respingere la sua natura malvagia e corrotta, aveva cambiato le carte in tavola.

« Non siamo così inutili se ti stai prendendo tanto disturbo per noi ! E l’attacco a nostro padre è caduto per la forza di volontà di Achem di respingerti »

« Sì, mia cara, i piani sono decisamente cambiati » . Fu un lampo, Nimue non si accorse nulla. Purtroppo non le era più dato di eguagliare in battaglia le abilità di un immortale e così non riuscì a vedere nulla del movimento fulmineo che riportò Infero proprio dietro di lei. La pugnalò con tale facilità, che le sembrò di scorgere un’espressione annoiata sul viso del sovrano. L’ex Beneficum finì a terra in una frazione di secondo. Non riusciva nemmeno a sentire il dolore dell’essere trafitta, tanto era acuto. Sentì la bocca riempirsi di sangue: che strano sapore aveva il sangue umano. Era salato e aveva un retrogusto amaro. Il Signore Oscuro fu su di lei, le afferrò la testa per i capelli.

« Dì al Paparino che gli errori si pagano ». Infero le lasciò ricadere la testa a terra senza la minima delicatezza e se ne andò. Nimue sentiva il vestito umido e caldo sulla schiena e chiuse gli occhi pensando alla stupidità di pensare a quello, al vestito bagnato di sangue . 


 

Prima che la morte potesse sopraffarlo , Achem riuscì a visualizzare la sorella nei suoi pensieri .  Isolò l’immagine di lei stesa a terra sanguinante, tentò di afferrarla e in un attimo le fu accanto. Le loro mani si poterono sfiorare appena. Nimue era spirata senza che lui potesse dirle nulla. Gli occhi chiusi, non poté nemmeno guardare un’ultima volta in quel cielo terso che riflettevano. Il ragazzo afferrò la sua mano sottile e in un ultimo estremo sforzo la tirò più vicino a sé. La strinse tra le braccia, il suo corpo iniziava lentamente a raffreddarsi. Gli sopraggiunse il ricordo di una vecchia ninna nanna che la regina cantava loro quando erano piccoli. Iniziò a mugugnarla, un braccio intorno a Nimue e lo sguardo verso il cielo, che ora si stava davvero annuvolando.

« Perdonami, padre … ». Furono le ultime parola di Achem prima di raggiungere la sua amata Nimue in una morte, che li avrebbe separati : lui immortale, lei umana.

Quando il re del Regno Celeste arrivò al capezzale dei figli, era ormai troppo tardi. Inginocchiato accanto a entrambi esanimi, aveva il volto rigato dalle lacrime e accarezzava i loro corpi con gesti convulsi, prima l’uno e poi l’altro. Il destino non poteva essere controllato nemmeno dal re del Regno Celeste. Egli rappresentava una delle forze sull’ago della bilancia nella sorte di ogni individuo, ma non era il giudice. In battaglia aveva perso molti figli, ma perdere Achem e Nimue così, per mano di Infero, senza che loro potessero difendersi gli spezzò il cuore. Non avrebbe dovuto punirli. Avrebbe dovuto lasciarli andare, ma il suo orgoglio lo aveva sopraffatto e ora stava pagando per gli errori commessi. Si era chinato a baciare la fronte di quel figlio ribelle, gli accarezzò la testa e gli chiese perdono. Poi strinse la mano della figlia, così sottile, così fragile. Se la portò alla bocca e la baciò e implorò anche lei di concedergli il perdono. Trasalì quando sentì la mano di Nimue muoversi debolmente nulla sua. Si precipitò su di lei, le tenne la testa sollevata e la chiamò più volte, fino a quando lei riuscì ad aprire appena gli occhi .

« Padre … »

« Nimue! Nimue figlia mia… Cos’ho fatto? Cosa vi ho fatto? » . Il re si chinò per poter baciarle il viso e restò così, avvicinandosi più possibile per poter udire la sua voce così debole.

« Esaudisci il mio desiderio, Padre. Il mio desiderio … » . Il Padre interruppe il pianto e restò fermo, in religioso silenzio. Il destino dei suoi figli si stava compiendo. Aveva iniziato a compiersi dal giorno della loro nascita. Rare, quasi uniche erano le nascite di due Benefici da un’unica goccia. Questa nascita gemellare era un’arma a doppio taglio, se da un lato concedeva più forza ai nuovi nati che potevano contare su un legame unico, dall’altro li rendeva un bersaglio facile : bastava ferire uno per ferire anche l’altro e a un colpo mortale entrambi sarebbero periti. Nei secoli il re padre assistette poche volte a quello strano fenomeno, ma mai la percezione dell’altro si era manifestata forte come fece per Achem e Nimue. Il sovrano dei Benefici aveva consultato oracoli di tutti i regni per proteggere quei figli così speciali, ma tutti avevano pronunciato un unico verdetto “Il destino non si può fermare” .

Il re appoggiò una mano sulla fronte della giovane figlia. Nimue sentì un tepore espandersi per tutto il corpo. Era come farsi coccolare dalle acque calde del mare in estate. Quando riaprì gli occhi era nuovamente una Beneficum. Guardò il volto segnato e provato del Padre e gli sorrise. Aveva poco tempo prima di raggiungere Achem nel Regno Superiore. Intorno a lei il suo sangue e quello del fratello si erano mischiati, tingendo di nero la terra. Infilò le dita della mano del braccio steso tra il suo corpo e quello di Achem nel terreno. Sempre più in profondità, come se volesse infilare la mano sotto terra. Guardò verso il cielo. Era tornato il sole, l’aria profumava della brace dei fuochi accesi in lontananza. Soffiava un leggero vento tiepido, la primavera stava per arrivare.

« E la terra sia terra, accarezzata dall’aria, ferita dal fuoco e curata dall’acqua. Prosperi la vita e sia sconfitta la morte. Scorra il nostro sangue come fiumi, sfoci nel mare e s’infranga sulle rive portata dal vento. Bruci nelle vene come fuoco e rinasca ancora e ancora, in un ciclo che mai avrà fine » .

Nimue si voltò a guardare il viso di Achem. Con un sorriso, stacco la mano dalla terra e intrecciò le dita con quelle del fratello . « Io ti troverò. Ovunque tu sia , per sempre » . 

 

IMG_17362
PH : Ilenia Arangiaro