Carità senza voce

Sono l’unica a pensare che negli ultimi 10 anni il tempo abbia iniziato a scorrere molto più velocemente? Nel tempo di un respiro si scivola da un giorno all’altro e come dopo una corsa di riscaldamento, i mesi trascorrono senza che ce ne accorgiamo. Ho spesso provato a interrogarmi sull’origine di questa folle corsa trovando molteplici cause. Ho pensato che fosse l’età. Molti , tra le persone che conosciamo, ci avvisano che dopo i 25 anni il tempo inizia a scorrere più velocemente. Eppure non mi è sembrata una motivazione plausibile. Non la sentivo mia. Così mi sono chiesta se l’era moderna, l’epoca del progresso dei mezzi di comunicazione, tra internet, il digitale terrestre , l’avvento di Netflix fossero la ragione di questo tempo diventato letteralmente sabbia in una clessidra, che scorre e fugge tra le dita. Mi è parsa una causa incompleta. Forse sono entrambe le cose. Probabile che non sia nessuna delle due , che sia solo una mia impressione.

Di sicuro vivendo in una grande città come Milano, la mia impressione risulta acuita dai ritmi imposti dalla necessità produttiva.

Via Dante
Milano, Via Dante – Novembre 2019, polaroid

Sono nata e cresciuta a Milano. I miei genitori l’hanno vista cambiare, crescere, migliorare e peggiorare. Io non ne ho seguito la mutazione e la crescita : mi è stata imposta. Ho dovuto cambiare, crescere, migliorare e peggiorare seguendone gli impulsi. Ho sempre vissuto tutto questo come una tremenda sventura. I battiti della mia sensibilità non sono mai riusciti a regolarsi con i tempi sempre più stretti e veloci della città del lavoro. Così pur riconoscendole la capacità di stupire per la sua fredda bellezza, continuo a non sentirmi a mio agio tra i suoi palazzi e il suo sempre più congestionato traffico.

Credo sarebbe interessante poter osservare le strade della città dall’alto. Come una seconda New York vedremmo centinaia di persone muoversi più velocemente possibile, come tante formichine all’opera . “Via, spostati” , “Perché ti fermi adesso?” , “Mi stai rallentando” . 

Tra chi non vuole rallentare e ti spintona per ottenere il posto libero in metropolitana, c’è una fetta di popolazione “diversa” . C’è chi come me annaspa e ansima fin dalle prime luci del mattino e spera in un cambiamento , chi per presa di posizione cammina controcorrente rallentando di proposito, chi imbratta i muri con bombole spray come bocce di veleno riversate sul cemento oppressore. Poi c’è chi ha perso il ritmo. Una scelta sbagliata, una puntata su numeri mai estratti , il non essersi mai sentiti e quindi mai ritrovati non solo dentro Milano, ma nella vita stessa. Questi ultimi vivono ai lati delle strade : chi corre nella corrente quasi li calpesta , chi si concede di rallentare un secondo li intravede appena.

Banca D'Italia
Banca d’ Italia , via Cordusio Milano – Novembre 2019 , polaroid

 

Non ricordo il giorno esatto in cui è accaduto, è stato quasi un anno fa, forse di più. In una mattina di sole in cui il mio passo era più incerto del solito, non solo ho rallentato , ma mi sono fermata. Stavo andando a lavoro, nel pieno centro di Milano. Uscita dall’ufficio postale dopo una commissione, stavo per voltare l’angolo quando sono stata fermata da un’anziana signora. Nonostante da quel giorno io la veda quasi ogni mattina, ancora non ho ben chiaro il colore dei suoi occhi. In quel primo incontro però mi rimasero subito in mente i suoi spessi occhiali rotondi. Dei veri fondi di bottiglia! Le rimpiccioliscono gli occhi e riesci a contarne i cerchi delle lenti, almeno 5. Ha dei lunghissimi capelli bianchi , lisci e a volte li raccoglie in una mezza coda fermandoli con una pinzetta. Indossa spesso un impermeabile beige e il giorno in cui la incontrai ricordo che portava dei pantaloni blu a coprirle le gambe . Gambe visibilmente gonfie, le tipiche gambe gonfie delle anziane con problemi di circolazione . Anche i suoi piedi sono gonfi e rotondi, trasbordano dalle scarpe rotte con quel tacco basso.

Quella mattina di non so quando la notai mentre si guardava intorno con aria smarrita. E’ possibile che io abbia rallentato di proposito, per mostrarmi disponibile a essere fermata per aiutare. Avevo le cuffie, perciò quando mi ha notata, ho visto solo le sue labbra muoversi senza sentirla. “Lo sapevo che aveva bisogno di aiuto! “. Mi sono tolta le cuffie e nonostante questo, ho fatto davvero fatica a sentirla.

Antonietta , ho scoperto qualche tempo fa che si chiama così, se ne sta tutte le mattine davanti alla Banca d’Italia. Resta ferma lì per ore. Manca solo nei giorni di pioggia. Sono poche le persone che riesce a fermare , perché non è in grado di farsi sentire. Ha una voce bassissima, probabilmente rotta e frenata dalla vergogna di dover chiedere “qualcosa per fare la spesa“. Quella prima mattina che mi accorsi della sua presenza, ricordo che le staccai un buono pasto dal blocchetto. Se solo avessi potuto glieli avrei dati tutti. Ma ho un’anziana anch’io a casa : mia nonna. Sì, Antonietta mi ha ricordato un po’ mia nonna. Lei non chiede l’elemosina a nessuno, perché per fortuna non ne ha bisogno. Ma prende una pensione minima e tira la cinghia come tanti in questa vita. Ce ne sono tanti di “nonni” ai lati della strada a chiedere aiuto. Li avete notati? Dopo essere riuscita a vedere Antonietta, come se si fosse rotto l’incantesimo che mi rendeva cieca, ne ho visti altri. C’è quell’anziana seduta sulla sediolina in via Torino, poi il c’è il nonnino in Galleria Vittoria Emanuele, la signora che vende le rose sotto la metro di Cadorna. Sono nascosti tra le pieghe dei palazzi, immobili come statue , lo sguardo fisso sui ricordi di una vita che quasi certamente li ha feriti e delusi. Non hanno voce. O quando ce l’hanno è talmente bassa che devi accovacciarti accanto a loro per capire cosa hanno da raccontarti.

Piazza Cordusio
Vista su Piazza Cordusio, Milano – Novembre 2019 , polaroid

C’è chi mi ha detto che mi hanno fregata. Antonietta quando mi va di darle 1 € per un caffè, la vecchina della sedia il giorno che le ho offerto un tè caldo per combattere il freddo e il nonnino a cui ho lasciato una bottiglia d’acqua, perché tanto in ufficio me la offrono. Per molti sono tutti bugiardi. Persone che in realtà vivono in un attico in centro a Milano o che se ne vanno in vacanza alle Seychelles , perché con la carità guadagnano cifre che noi con la schiena spezzata dal lavoro non sogniamo neppure.

E’ possibile. Non sarebbe la prima volta e non sarà l’ultima , che la mia bontà mi farà raggirare dalle persone.

Voglio chiedervi una cosa però : li avete guardati negli occhi prima di ipotizzare dei complotti? Io ci ho provato, ma non li ho trovati. Il loro sguardo spento , annebbiato tra pensieri e smog è inafferrabile. Invisibile. Invisibile come loro alla maggioranza di noi. Forse possiedono un attico in centro e prenderanno pensioni per mantenersi. Ma stanno fermi in mezzo a noi, facendosi superare, calpestare, ignorare, disprezzare. Vi siete mai chiesti cosa li spinga a subire tutto questo? Vi siete mai chiesti dove siano i loro figli, i loro nipoti, se li hanno? Perché non vanno a prenderli e non li tengono al caldo? Follia. Sì, forse molti di loro sono folli. Tutti loro sono folli. Chi siamo noi allora per giudicare? Possiamo certamente essere qualcuno che può aiutare.

Quelle volte in cui offro un caffè ad Antonietta, lei mi sorride , mi ringrazia e mi augura buona giornata con la sua voce appena udibile e pacata. Sarò forse troppo buona, ma un sorriso sincero lo riconosce anche il più ingenuo tra gli uomini. Tra i mille sorrisi forzati che riceviamo ogni giorno, quello che ti torna dal fare un piccolo gesto di carità a chi è senza voce, possiede un calore e una bellezza unici.

Guardatevi intorno, rallentate, fatevi fermare. A volte ne vale la pena, anche solo per ricevere un sorriso sincero in questa città di squali schizzati, che io chiamo Milano , ma che tu che stai leggendo chiami “ovunque nel mondo“. 

Isabel